Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, si è deciso a seguito di discussioni di usare nella nomenclatura delle pagine il termine lingua per quelle riconosciute come tali nella codifica ISO 639-1, ISO 639-2 oppure ISO 639-3, approvata nel 2005. Per gli altri idiomi viene usato il termine dialetto.
| Veneto (Vèneto) † | |
|---|---|
| Parlato in: | Italia, Croazia, Slovenia, Messico (Chipilo), Brasile (Stati di Rio Grande do Sul e Santa Catarina) sotto il nome di Talian con influenze portoghesi e di altri linguaggi del nord-Italia, Romania (Tulcea) |
| Regioni:Parlato in: | Italia nord-orientale (Veneto, Trentino orientale, Friuli Venezia Giulia), Lazio (Agro Pontino), Sardegna (Arborea); Istria (Slovenia e Croazia) |
| Persone: | 2.210.000 |
| Classifica: | non nelle prime 100 |
| Tipologia: | sillabica |
| Filogenesi: |
Lingue indoeuropee |
| Statuto ufficiale | |
| Codici di classificazione | |
| ISO 639-2 | roa |
| ISO 639-3 | vec (EN) |
| SIL | VEC (EN) |
| Estratto in lingua | |
| Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo - Art.1 Dichiarazsion universałe dei diriti de l'Omo - Art.1 Tuti i èsari umani i nase łìbari e conpagni in dignità e diriti. Sti qua i xe dotai de raxon e de cosienzsa e i ga da agir i uni co qûeł'altri inte'n spìrito de fradełanzsa. |
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| Lingua - Elenco delle lingue - Linguistica | |
| (LA)
« [Venetus est] pulcherrimus et doctissimus omnium sermo, in quo redolet nota linguae Grecae maiestas! »
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(IT)
« [Il veneto è] la lingua più bella e più dotta di tutte, nella quale esala il profumo della celebre grandezza della lingua greca! »
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(Pontico Virunio, Umanista ed erudito bellunese nato nel 1467 [senza fonte] )
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Il veneto (nome nativo vèneto) è una lingua romanza usata da alcuni milioni di parlanti in sei stati diversi. Circa la metà dei parlanti si trova in Italia nella "terraferma" della ex Repubblica Veneta e principalmente nella regione del Veneto, ma anche in Trentino e Friuli-Venezia Giulia. La metà rimanente si trova all'estero, principalmente in Istria, con comunità minori in Dalmazia, Romania, Brasile, Messico e in varie altre località oggetto di emigrazione. È tutelata come lingua dalla Regione Veneto (che pure ne riconosce il carattere composito)[1] ma non dallo Stato italiano, che non la annovera tra le minoranze linguistiche, pur essendo compresa fra le lingue minoritarie dall'UNESCO.[2]
La lingua veneta potrebbe essere ritenuta una lingua regionale o minoritaria ai sensi della Carta Europea delle Lingue Regionali o minoritarie, che all'art. 1 afferma che per "lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue ... che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato".[3] In ogni caso, la carta non specifica quali lingue europee corrispondono al concetto di lingue regionali o minoritarie quali definite al suo articolo 1. In realtà, lo studio preliminare sulla situazione linguistica in Europa effettuato dalla Conferenza permanente dei poteri locali e regionali d'Europa ha condotto gli autori della carta a rinunciare ad allegarvi un elenco delle lingue regionali o minoritarie parlate in Europa. Malgrado la competenza dei suoi autori, un tale elenco sarebbe stato di certo ampiamente contestato per ragioni linguistiche, come pure per altre ragioni. Inoltre, rivestirebbe un interesse limitato poiché, almeno per quanto riguarda i provvedimenti specifici che figurano nella Parte III della carta, le Parti avranno un ampio potere discrezionale per stabilire le misure che si devono applicare ad ogni lingua. La carta presenta delle soluzioni appropriate per le varie situazioni delle diverse lingue regionali o minoritarie, ma non avanza giudizi sulla situazione specifica rispetto a dei casi concreti"[4]. Bisogna ricordare che in Europa varianti della lingua veneta sono attualmente parlate, oltre che in Italia, anche in Slovenia, Croazia, Montenegro, Grecia e Romania[5].
Indice |
| Per approfondire, vedi la voce Letteratura in lingua veneta. |
Il veneto deriva dal latino volgare parlato nella regione, che fu a sua volta influenzato da un antico sostrato venetico, del resto simile al latino stesso.
Testi in volgare che presentano chiare affinità con il veneto sono rintracciabili già a partire dal XIII secolo, quando in Italia non esisteva ancora un'egemonia linguistica del toscano.
Il veneto, in particolare nella sua variante veneziana, ha goduto di ampia diffusione internazionale grazie ai commerci della Repubblica Veneta, soprattutto nel Rinascimento, diventando per un certo periodo una delle lingue franche di buona parte del Mar Mediterraneo, soprattutto in ambito commerciale. Tutt'ora molte parole del gergo marinaro sono di origini venete.
Il veneto tuttavia non si impose come lingua letteraria in quanto, già nel XIII secolo, doveva confrontarsi con esponenti letterari di grosso rilievo sia di origine toscana che di origine provenzale. A riprova di ciò è il fatto che Marco Polo dettò a Rustichello da Pisa il Milione scegliendo la lingua d'oïl, allora diffusa nelle corti quanto il latino. Le opere in veneto più significative furono scritte da autori quali il Ruzante (Angelo Beolco) nel XVI secolo, Giacomo Casanova e Carlo Goldoni; in quest'ultimo caso l'uso del veneto era limitato a buona parte delle commedie teatrali, soprattutto per rappresentare il popolo e la borghesia.
Di particolare rilievo per l'utilizzo in ambito scientifico è la stampa nel 1478 de L'Arte dell'abbaco, opera meglio nota in ambito accademico come Treviso Arithmetic, scritta da un anonimo insegnante in lingua veneta, primo testo stampato conosciuto del mondo occidentale di insegnamento dell'aritmetica e della matematica ed uno dei primi testi stampati scientifici di tutta Europa. Esso era rivolto particolarmente all'educazione della classe media e in particolare al mondo mercantile.
La diffusione di questo idioma al di fuori dell'area storica dei veneti si ebbe con il progressivo sviluppo della Repubblica Veneta, che lo utilizzava come lingua ordinaria assieme al latino e all'italiano.
Con il dissolversi della Repubblica, il vèneto progressivamente venne sostituito da altre lingue per gli atti ufficiali e amministrativi. Il suo uso tuttavia perse progressivamente, almeno in parte, i registri letterari e aulici restando sempre come lingua storica e naturale del popolo, riuscendo comunque a raggiungere vette liriche mirabili con poeti come Biagio Marin di Grado. Bisogna anche ricordare il poeta triestino Virgilio Giotti, che poetava in triestino e ordinariamente scriveva in italiano. Inoltre bisogna ricordare Nereo Zeper che ha tradotto l'Inferno di Dante Alighieri in dialetto triestino (variante del veneziano). Si ricorda, tra l'altro, l'Iliade di Omero tradotta in veneto da Francesco Boaretti e in veneziano da Giacomo Casanova; nonché l'opera in veneto padovano intitolata Dialogo de Cecco da Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella Nova che tratta delle nuove teorie galileiane sul sistema solare, che taluni attribuirebbero a Galileo Galilei con lo pseudonimo di Cecco da Ronchitti.[6] Altri letterati del Novecento che hanno utilizzato il veneto nelle loro opere sono i poeti Giacomo Noventa e Andrea Zanzotto come anche Attilio Carminati ed Eugenio Tomiolo. Si segnalano negli ultimi decenni - per la qualità della loro ricerca anche Sandro Zanotto, Luigi Bressan, GianMario Villalta, Ivan Crico. Notevoli inserti in veneto sono presenti anche nelle opere dello scrittore Luigi Meneghello.
Il progetto concepito da Giuseppe Lombardo Radice di sviluppare ed impiegare testi scolastici in lingua nell'ambito Veneto (come in altri contesti regionali), non ebbe completa attuazione poiché coincise con il periodo fascista, il cui regime era notoriamente impegnato, nella sua opera di forte centralizzazione dello Stato, a promuovere l'apprendimento della lingua italiana in un disegno complessivamente repressivo delle culture locali.
In anni recenti numerosi cantanti e gruppi musicali hanno adottato la lingua veneta per la loro produzione artistica: negli anni '60 hanno raggiunto una buon successo Gualtiero Bertelli e il suo gruppo Canzoniere Popolare Veneto. Negli anni '90 si sono distinti i Pitura Freska, guidati da Sir Oliver Skardy, che hanno partecipato anche al Festival di Sanremo con la canzone Papa nero, scritta in dialetto veneziano. Più di recente hanno ottenuto una certa notorietà artisti come il rapper Herman Medrano e i Catarrhal Noise.
Con la Legge Regionale n. 8 del 13 aprile 2007[7] "Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto", che si richiama ai principi della Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie, pur non riconoscendo alcuna ufficialità giuridica all'impiego del veneto, la lingua veneta diviene oggetto di tutela e valorizzazione, quale componente essenziale dell'identità culturale, sociale, storica e civile del Veneto.
Varianti del veneto sono parlate nella Regione del Veneto (tranne che nella parte settentrionale della Provincia di Belluno e in alcune località friulanofone della provincia di Venezia), nella Venezia Giulia, in alcune zone del Friuli (in buona parte della Provincia di Pordenone e nella laguna), nelle valli del Trentino orientale, sulla costa dell'Istria, nel golfo del Quarnero (Croazia), nelle zone costiere e di confine della Slovenia, e nella zona del golfo di Cattaro, Montenegro.
Qualche traccia c'è nel Mantovano, nel Ferrarese, nel Riminese e nel Forlivese, mentre un tempo si parlava in Dalmazia (Croazia) e in genere nelle zone di secolare appartenenza alla Repubblica Veneta come molte isole del Mar Mediterraneo.
Sommariamente, le principali varianti distinte del veneto sono:
I dialetti dell'Alto e medio Agordino, del Cadore centrale e settentrionale e lo zoldano appartengono invece all'area ladina più che all'area veneta.
Queste varianti condividono buona parte delle strutture morfo-sintattiche e del lessico, ma quello che più conta per i linguisti è la capacità di questi parlanti di comprendersi in una certa percentuale, che arriva al 100% tra le varianti più vicine l'una all'altra ed è comunque buona[senza fonte] anche tra le più lontane, come potrebbe essere fra un parlante veneto centrale con un parlante veneto occidentale.
Si noti inoltre che il veneto sta sostituendo nell'uso locale anche quei dialetti che risultano parlati da una comunità troppo ristretta o mai aperta prima agli scambi come invece è sempre stata la lingua veneta, che infatti ha parole anche greche, arabe, tedesche ecc. Emblematici del fenomeno espansivo del veneto sono i casi del cimbro sull'Altopiano di Asiago e del triestino che hanno ormai completamente ceduto al veneto, magari creandone una variante dialettale o delle forme tipiche, ma comunque intelleggibili dagli altri veneti.
Va detto che spesso non c'è chiarezza sul significato di "parlare veneto" cosicché molti parlanti, pur dichiarando di parlare veneto, si esprimono in realtà in un idioma misto basato teoricamente sulla grammatica italiana e semplicemente pronunciato alla veneta (a differenza delle varianti della lingua veneta che sono venete anche nella struttura grammaticale). Questo idioma, in altre parole, non è una variante del veneto ma una variante superficialmente venetizzata dell'italiano: è un dialetto (veneto) dell'italiano. Tutto ciò non è emerso nei sondaggi finora eseguiti.
Ad esempio:
ESEMPI: verbo essere/èssar/esser: mi (a) son ti te si/t'ie iu/lu - ea/ela xe/l'è noijaltri simo/semo voijaltri sii iori/luri xe/son
verbo avere/avèr: mi (a) go ti te ghe/ga iu/lu - ea/ela ga noijaltri gavimo/ghemo voijaltri gavi' iori/luri ga
verbo trovare/catar(e): mi (a) cato ti te cati iu/lu - ea/ela cata noijaltri catimo/catemo voijaltri catè iori/luri cata/catan
N.B.:molti verbi hanno un'estensione diversa in italiano rispetta alla Lingua Veneta: per esempio Catar(e) viene usato per frasi come "ho trovato la penna che avevo perso" ("go cata la pena che ghevo perduo") ma non in "trovo che questa ragazza sia bella" ("sta fiola/tosa/butèla xe/l'è bea/bela" o al limite "sta fiola/tosa/butèla a m par bea/bela).
Un certo impulso è stato dato dalla massiccia emigrazione avvenuta a cavallo fra il 1870 e il 1905,in corrispondenza dell'unità d'Italia, cosicché consistenti popolazioni venete sono presenti in Brasile (negli stati di Paraná, Rio Grande do Sul e di Santa Catarina), nel nord della Romania (Tulcea), in Messico (nella località di Chipilo), ma anche in diverse aree rurali italiane fatte oggetto di immigrazione organizzata dal fascismo con il fine di colonizzare e popolare i territori in questione, oggetto di bonifica: la Maremma Grossetana (Toscana), l'Agro Pontino (Lazio), le Valli del Comasco, la Bonifica di Arborea (Sardegna). Inoltre a Fertilia (Alghero) nata sotto il fascismo per dare lavoro ad un certo numero di famiglie ferraresi, conobbe l'arrivo successivo di esuli istriani e dalmati nel secondo dopoguerra, che andarono a costituire la maggioranza della borgata. Comunità di origine veneta consistenti sono presenti anche nelle aree urbane dell'Alto Adige/Südtirol, dove costituiscono la maggioranza della popolazione appartenente al gruppo etnico italiano. La lingua italiana standard parlata a Bolzano è comunque molto influenzata da un forte substrato veneto.
Queste popolazioni hanno conservato la loro parlata veneta, più che l'italiano, in quanto provenivano in gran parte dalle aree rurali e le generazioni successive, nate da queste onde migratorie, hanno mantenuto i caratteri arcaici della lingua, sebbene lontani dal Veneto: nel Rio Grande do Sul, ad esempio, l'idioma veneto viene insegnato dai genitori ai figli, e viene utilizzato anche da persone di altra origine, tanto che il primo dizionario di talian (o vêneto brasileiro) fu compilato da Alberto Vitor Stawinski, un polacco nato nel 1909 a São Marcos dos Polacos, assimilatosi alla comunità locale prevalentemente di etnia veneta.
Tra le varianti fuori dal Veneto queste sono le principali:
Questa antichità e "permanenza" del veneto, con le modificazioni e contaminazioni che ogni lingua conosce, è misurata dai dati statistici ufficiali (ISTAT e istituto POSTER). Secondo alcuni, queste stime tendono a ridurre il fenomeno essendo assente una promozione culturale e politica di mantenimento e protezione da parte degli stati che hanno questi territori.
Il risultato di questa diaspora dei parlanti (locutori) veneto è che oggi si possono contare più parlanti veneto fuori dal Veneto che non in esso. Un grande lavoro di ricerca e ricostruzione filologica dell'idioma veneto utilizzato alla fine dell' '800 è stato effettuato dai ricercatori Secco e Fornasier, componenti del duo Belumat i quali hanno raffrontato la lingua parlata dai bellunesi emigrati in Brasile, Messico e presenti in una minoranza etnica in Slovenia.
Attualmente si contano centinaia di pubblicazioni editoriali scritte in veneto e pubblicate anche da diverse amministrazioni comunali del Veneto.
Lo status è molto dibattuto: l'UNESCO la riconosce tra le lingue e la inserisce nel suo Red Book of Endangered Languages, ma sia l'Unione Europea [1] che l'Italia non sono dello stesso parere, pur essendo considerato lingua minoritaria meritevole di tutela dal Consiglio d'Europa.
La Regione del Veneto, dal 2005 ha ricevuto proposta di elaborazione di una legislazione tesa a tutelare questa parlata e a riconoscerla, e alcuni sforzi sono stati fatti da partiti regionali al fine di includerla nella Legge 15 dicembre 1999, n. 482 sulla "Tutela delle minoranze linguistiche".
Esistono tuttavia numerose dispute sull'argomento "lingua o dialetto", dove i sostenitori dello status di "lingua minoritaria" pongono in evidenza in particolare l'importanza storica di questo idioma, tanto in ambito culturale (dove il veneto può vantare una discreta produzione letteraria, soprattutto in passato) che politico (da ricordare che il volgare vèneto, in particolare la variante veneziana, è stato impiegato negli atti ufficiali della Repubblica di Venezia, oltre al latino e poi all'italiano-fiorentino, pur potendo ogni provincia usare la propria variante), insistendo inoltre sulla constatazione del radicamento geografico particolarmente netto di questo idioma.
È interessante notare che il lettore veneto contemporaneo riesce ancora oggi a capire il contenuto di testi scritti anche nel XIII secolo, dimostrando una resistenza dell'idioma veneto sconosciuta ad altre lingue.
La Regione Veneto ha infine deciso con la legge regionale n. 8 del 13-4-2007 di definire il veneto e le parlate storiche delle terre venete senza ombra di dubbio come "lingua" e non dialetto, attivandosi nella sua salvaguardia e stanziando fondi per la sua tutela.
Questo riconoscimento è stato accolto con favore da molti docenti universitari e università del mondo:
Il veneto possiede strutture morfo-sintattiche proprie. Fra le tante citiamo per esempio il pronome clitico obbligatorio davanti ai verbi nella seconda persona singolare e nella terza sing/plur: «Giorgio el vien» , «I veci i discòre» , «ti te parli/discòre/parla» o «ti ti/tu discòre/parla»
Tali pronomi, quando presenti, hanno carattere distintivo: sono cioè essi a stabilire il senso della frase e non sono le desinenze finali del verbo: «el sente <--> i sente» (=sente/sentono) oppure «te parlavi <--> parlavi» (=parlavi/parlavate). Ciò permette addirittura di eliminare, in certi casi e in certe varianti, le vocali finali del verbo senza pregiudicare la correttezza della frase «el sent, i sent» o permette quantomeno di scambiarle «te parlavi = te parlava»
In Piemontese, invece, come in Milanese e Italiano, la coordinazione tra verbo e soggetto è sempre comunque resa dalle desinenze verbali. Per esempio Piem. «a canto <--> a canta» , Mil. «el canta <--> canten» , It. «canta <--> cantano»...
Anche buona parte del lessico è comune, e le variazioni sono spesso limitate alla pronuncia: per esempio «gato/gat», «saco/sac» , «fero/fer», «magnar/magnare», «vardar/vardare», «la scala /'a scàea» , «sorela/sorèa» (spesso unificate con la L-tagliata (Ł, ł) "ła scała" , "soreła")... E ancora «nasion/nazion/nathion» , «verxo/verzo/verdho» o in fine «vérdi / virdi» , «dotóri / duturi».
Queste ultime due forme dette metafonetiche sono tipiche del veneto centrale oltre che del Gradese, resi celebri da autori come Ruzante e Biagio Marin: molti le ritengono già morte o comunque secondarie in quanto troppo difformi dall'italiano standard (che ha "verdi" e "dottori") ma in realtà esse sono ancora discretamente usate. Si trovano comunque anche in altre varianti venete, sebbene in misura minore.
Tutte le varianti sono state usate da poeti veneti (fra cui Ruzante, Goldoni, Zanzotto, Barbarani, Marin) ma alcune di esse sono state portate anche all'estero, per esempio la variante nord-trevigiana di Segusino è tutt'ora parlata in Messico a Chipilo con forti influenze spagnole, mentre un misto di vicentino e bellunese è parlato in Brasile anche se ha ricevuto influenze portoghesi e di altre lingue del Nord-Italia.
La variante veneziana vèneto de mar, era la lingua ufficiale del governo della Serenìsima Repùblica .
Ovviamente ci sono delle parole molto diverse da zona a zona come «fogołar/larìn» , «ceo/cenin/picenin/bòcia» , «el xe / l'è» , «ła xe / l'è» , «el ga / l'à» , «ła ga / l'à» , «i gavéa / i avéa/i véa» , «magnémo/magnòn/magnén». Ogni lingua ha di questi fenomeni, per esempio nella denominazioni delle verdure e degli attrezzi, fenomeni dovuti alla chiusura di certi mondi contadini.
Anche la sintassi presenta qualche piccola variazione che non pregiudica la comunicazione fra parlanti di vari ceppi: in alcune zone, ad esempio nella parte orientale della Marca Trevigiana fino al confine con il Friùli, gli interrogativi restano in fine di frase «Fatu che? Sìtu chi? Vatu 'ndove? Magnène cossa?» e anche nel Bellunese sono finali «Vatu onde? Magnone che?» mentre in altre varianti essi risalgono in prima posizione « 'Sa fèto/Cossa fatu? Chi/Ci sìto? 'Ndo vètu/'Ndove vatu?». In queste ultime zone l'interrogativo finale esiste ma solo come forma rinforzata. Si oppongono, quindi, la fusione nelle frasi interrogative della forma verbale con quella pronomica, ad esempio tipiche espressioni di Treviso quelle come « Ditu? Situ 'ndà? Gatu visto/magnà?» o del veneto centrale « Dìxito? Sito 'ndà? Ghèto visto/magnà?», e la forma dissociata « Te disi? 'Te si 'ndà? Te ga / Gatu visto? Te gà magnà / Gatu magna?». Esistono poi anche forme doppie con enfasi particolare « 'Sa vèto indove!? 'Sa fèto cósa!? 'Sa màgnitu che? Ci èlo ci??».
La fusione nelle frasi interrogative della forma verbale con quella pronomica nella 2 persona singolare è, peraltro, caratteristica generale del veneto : «Dìtu par davero? Sìtu 'ndà? Atu/Gatu/Ghètu/Ghèto/Eto visto? Pàrli(s)tu?/Pàrlito?» nella 3 persona sing./plur/masch/femm.: «Pàrleło? (m.sing) Pàrleła? (f.sing) Pàrlełi? (m.plur) Pàrlełe? (f.plur)» e nella 2 persona plurale:«Parlèo/Parlèu?, Gavìo/Gavéu?» ma, come accennato, è andata parzialmente in desuetudine specie nel veneziano e nel veneto delle città dove prevale la forma dissociata (che rispecchia l'italiano) « Te disi par davero? 'Te si 'ndà? Ti ga visto?». Le forme composte esistevano comunque nel veneziano antico (Gastu? Fastu? Vostu?) ed oggi pur essendo abbandonate a Venezia sono ben vive nel Chioggiotto e nel Caorlotto (Sistu? Vustu? Fastu? Gastu?) parlato a Caorle (VE).
Tipico del vèneto è anche l'interrogativo-esclamativo sottinteso o vuoto usato retoricamente: «Vùto ndar?!» (ital.= DOVE vuoi andare!), «Vùtu far?!» (ital.= COSA vuoi farci!), «Sìto nà, vestiì cusì!» (ital.= ma DOVE sei andato, vestito a quel modo!)
Alcune varianti possiedono la particella enfatica A utilizzata per rafforzare i verbi o presentarli come novità: «A te sì bravo» (ital.= sei proprio/veramente bravo!), «A no te dormi mai» (ital.= ma non dormi proprio mai!), «A no l'è mai contento» (ital.= non è MAI contento!), «A so' rivà» (ital.= sono arrivato finalmente!), «A so' rivà ieri!» (ital.= sai? sono arrivato ieri!)
Ricordiamo che il vèneto è ancora capito e parlato fra alcuni discendenti di emigranti veneti a Latina nella Maremma e ad Arborea (Sardegna centro-occidentale). Infine, non dimentichiamo che alcune parole sono comuni solo ad altre lingue o dialetti minori dell'area romanza, come friulano(specialmente nelle varianti occidentali) e catalano «mé pare=gno pare=mon pare» (ital. padre; mio padre), «mé mare=me mari=ma mare» (ital. madre; mia madre), «masa=massa=massa» (ital. troppo) e al francese: «tamis(o)=tamis» (ital. setaccio), «artichioco=artichaut» (ital. carciofo), «scarseła=escarcelle» (ital. tasca/borsa).
La lingua veneta si caratterizza anche per la progressiva scomparsa, in alcune sue varietà, del suono /l/. Il fenomeno è più accentuato specialmente nelle varianti centro-meridionali, come il padovano-vicentino-polesano e il veneziano. Meno evidente, invece, nel trevisano, specie nelle varianti più settentrionali, e praticamente assente nel bellunese e nel veronese.
A /l/ viene sostituito un altro suono a seconda della posizione nella parola e alla vicinanza di una consonante, una vocale palatale o gutturale: diviene allora /e/, /j/ oppure è eliso completamente. In alcuni casi, dove è cioè impossibile scambiare il suono con una vocale, esso può essere sostituito da /r/
A tal proposito, il simbolo ł utilizzato da molte grafie ha il doppio vantaggio di permettere la lettura dei vocaboli secondo le diverse pronunce (con /l/ o senza).
Esempi:
| Grafia | Pronuncia con /l/ | Pronuncia senza /l/ | Traduzione |
|---|---|---|---|
| ła bała | /la 'bala/ | /(e)a 'baea/ | la palla |
| łuxer | /'luzer/ | /'juzer/ | brillare |
| vołer | /vo'ler/ | /vo'er/ | volere |
| saltar | /sal'tar/ | /sar'tar/ | saltare |
Come molte lingue prevalentemente parlate, e non normalizzate, il veneto non ha una grafia standard ufficiale e viene spesso scritto con una grafia italianizzante, non adatta ad esprimere tutte le alternative e caratteristiche della fonetica/fonologia veneta. Sono state fatte tuttavia varie proposte che si possono così riassumere:
Tutte queste grafíe, tuttavia, rispondono ad usi regionali o perfino locali e non sono in grado di essere ugualmente accettate da tutte le varie comunità venete sparse per il mondo, specie per i nuovi stati slavi. È quanto mai importante, quindi, un'opera di recupero storico delle fonti scritte per recuperare la grafia storica, anche se essa dovesse comportare l'uso di forme latine quali "Venetia" per "Venesia".
Occorre rilevare che, data la normale variabilità delle pronunce di una lingua, a volte differenti per lo stesso termine nel raggio di qualche chilometro, anche un manuale unitario è difficilmente "unitario". Un esempio per tutti: la lettera "zeta" che nella provincia di Padova si pronuncia ( e si vuole scrivere ) sia come "esse" che come "zeta". Si prenda ad esempio la parola "soca" (ceppo di legno) che si scrive e si pronuncia così nella provincia centro-nord, mentre nella bassa padovana si pronuncia "zoca" (con la "z" di "zucchero"). Questo mette in crisi la resa grafica della "s" sonora, che anche il manuale di grafía unitaria della Regione suggerisce di rendere con la "z": emblematica la terza persona singolare dell'indicativo presente del verbo essere: "el ze"- "egli è". Orbene, "ze" nella bassa padovana si pronuncerebbe all'italiana, vanificando di fatto la proposta unità grafica. Per questo nella bassa si preferisce ricorrere allo storico "xe", di antica memoria piuttosto che allo "ze" del pierino di Durante.
L'alfabeto veneto, secondo la convenzione unificata proposta da Michele Brunelli e adottata anche dall'edizione veneta di Wikipedia, è composto da 23 lettere:
e da due gruppi alfabetici
La Lingua Vèneta ha molti suoni sconosciuti a quella italiana, allo stesso tempo non sono presenti alcuni di quelli ivi presenti come i suoni "gl" e "sc".
Il termine veneto "schei", con il quale vengono indicati in generale i soldi, ha una provenienza piuttosto singolare. Ai tempi in cui il Lombardo-Veneto si trovava sotto l'egemonia austriaca erano in circolazione sia le lire italiane sia quelle austriache che sostituirono lo "zechin" (alla fine della Repubblica Veneta avente un valore di 22 lire), la "lira veneta" ed il "soldo" di rame della Repubblica Veneta; i pochi esemplari di "soldo" a quel tempo ancora in circolazione venivano detti (al singolare) "soldin" perché di dimensioni minori del soldo italiano e di quello austriaco ed anche perché valevano meno.
(Proverbio: Sensa soldi l'orbo no canta. Frase idiomatica: Butarla in soldoni = spiegare grossolanamente,in parole povere.)
Il centesimo della lira italiana veniva detto in veneto "centesimin", quello austriaco, di valore leggermente inferiore, veniva chiamato però "scheo" per poterlo meglio distinguere. Il termine ebbe origine dal fatto che sui centesimi austriaci era coniata la dicitura "Scheidemünze" (cioè moneta divisionale, nella lingua tedesca pronunciata però [ˈʃaɪ̯dəˌmʏntsə], a quel tempo l'indicazione di una minima frazione monetaria, oggi non più in uso). Probabilmente i veneti non riuscivano a pronunciare bene quella strana e lunga parola e si limitavano a chiamare la moneta solo con l'inizio della dicitura, cioè "schei", facendone così un termine generale al plurale, dal quale derivarono "scheo" al singolare. Questo termine rimase nel dialetto per indicare in generale il denaro.
(Proverbio: Sinque schei de mona ghe fa ben a tuti = Fare un po' il tonto può essere ad ognuno di vantaggio.)
Per determinare una ben definita somma di denaro in lire nel dialetto veneto veniva usata invece la locuzione "franco" (al singolare), ad esempio "trenta franchi" e non "trenta lire". Ora tale termine è stato reso obsoleto dall'euro. Il termine non proviene, come generalmente si crede, dai "franchi", cioè le monete francesi poste in circolazione durante l'occupazione napoleonica, bensì da un'altra moneta austriaca che portava (in latino abbreviato) il nome di Francesco Giuseppe, l'allora Imperatore d'Austria. L'abbreviazione di Francesco era "Franc" e da ciò nacque il "franco" veneziano.
La moneta divisionale era una moneta di un valore arbitrario che non corrispondeva al valore del metallo con il quale era coniata.
Il termine "schei" viene usato colloquialmente anche com unità di misura di lunghezza, con il senso di centimetro: ad esempio el muro el xe łargo diéxe schei (= il muretto è largo 10 cm) oppure spòsteło de vinti schei (=spostalo di 20 cm).
| Lingue indoeuropee · Lingue romanze | |
|---|---|
| Lingue d'origine | Latino classico† · Latino volgare† |
| Romanzo insulare | |
| Sardo (Sardo campidanese · Sardo logudorese) | |
| Romanzo occidentale | |
| Gruppo iberico | Aragonese · Asturiano · Galiziano · Leonese (Mirandese) · Portoghese · Spagnolo castigliano |
| Gruppo gallo-romanzo | Idiomi gallo-italici liguri e padani · Catalano · Francese · Friulano · Franco-provenzale · Ladino · Lombardo · Occitano · Romancio · Vallone · Veneto |
| Romanzo orientale | |
| Gruppo italiano | Corso · Gallurese · Sassarese · Italiano (Dialetti italiani) · Napoletano |
| Gruppo siciliano | Siciliano |
| Gruppo balcanico | Arumeno · Rumeno · Dalmatico† · Istriota† · Meglenorumeno |
| Romanzo meridionale | |
| Mozarabico† | |
| † lingua estinta (nessun sopravvissuto tra i parlanti nativi e nessuno tra i discedenti) | |