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Il blue-jeans è un pantalone confezionato con un tessuto chiamato denim, un tipo di stoffa robusta che un tempo era riservato esclusivamente ai lavoratori ed oggi è un capo di vestiario di uso comune.
Il denim ha un'armatura di saia a tre, è realizzato in filato di cotone, la trama è di colore bianco o écru e l'ordito di colore blu. Prima della scoperta dei coloranti chimici il colore blu veniva ricavato dalla pianta isathis tinctoria, conosciuta volgarmente con il nome di "guado") o dalla pianta indigofera tinctoria, l'indaco.
Tecnicamente, il denim è molto simile al fustagno, di cui è probabilmente una derivazione.[1]
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La primogenitura in fatto di fabbricazione dei blue-jeans viene ricondotta, storicamente ma in maniera non sempre univoca, alla città di Genova o al Genovesato in genere, in virtù della grande tradizione tessile che fin dall'antichità ha costituito una importante voce nelle esportazioni liguri di manufatti (come velluti di Zoagli e damaschi di Lorsica). Nel capoluogo ligure, a ricordo di tale primato rivendicato, nel novembre 2004 è stato realizzato un pantalone "blu di Genova" di dimensioni da Guinness dei primati, alto 18 metri, confezionato con seicento paia di vecchi jeans ed issato su un'alta gru del porto antico di Genova; è stato disegnato dagli studenti del Liceo Artistico "Carlo Barabino" e realizzato dagli studenti dell'Istituto Professionale "Duchessa di Galliera".
Già nel XV secolo la città di Chieri (Torino) produceva un tipo di fustagno di colore blu che veniva esportato attraverso il porto antico di Genova, dove questo tipo di "tela blu" era usata per confezionare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci nel porto. Il termine inglese blue-jeans infatti si pensa derivi direttamente dalla frase bleu de Gênes ovvero blu di Genova in lingua francese.
Secondo altre versioni i pratici e resistenti "calzoni da lavoro" erano in tempi remoti cuciti con tela di Nîmes (de nimes e poi denim) di color indaco ed erano indossati dai marinai genovesi. Nîmes era la concorrente diretta di Chieri nella produzione di questo tessuto, ma in ogni caso sembra certo che la trasformazione da pezzi di tela a indumento avvenne proprio nella città di Genova.
Un altro antesignano del tessuto jeans viene identificato nel bordatto ligure, una tela particolarmente resistente che veniva prodotta nei secoli scorsi per confezionare abiti da lavoro.
Il termine di lingua inglese jeans è utilizzato fin dal 1567;[2] fu infatti nel XVI secolo che dal porto genovese iniziò la grande esportazione di questo materiale. Il fustagno genovese, di qualità media e a prezzi accessibili, tinto con indaco, si era imposto in Europa e in particolare tra i mercani inglesi, insieme al fustagno di Ulma in Germania.
Riguardo tempi più recenti, Giuseppe Garibaldi, che già era stato un marinaio nella Superba, durante lo sbarco dei mille a Marsala indossò come molti dei suoi garibaldini un paio di "genovesi", oggi conservati a Roma presso il Museo centrale del Risorgimento all'interno del Vittoriano[3].
Si ritiene che, in Italia, uno fra i primi personaggi pubblici ad indossare i jeans sia stato il presidente della FIAT, l'avvocato Gianni Agnelli.[senza fonte]
I capi già confezionati, per adeguarli alle richieste della moda del momento, sono sottoposti a trattamenti di finissaggio come il lavaggio in acqua (effetto lavato), con pietra pomice (effetto stone washed), con cloro (effetto delavé o bleached). Furono il simbolo della cultura del tempo libero del 1930 e nel 1950 si diffusero soprattutto grazie alla più cultura giovanile del Novecento ovvero il rock. Attraverso le sue successive evoluzioni il blue jeans è sempre rimasto uno dei capi d'abbigliamento preferiti dei "rocchettari", specialmente nelle loro versioni più ruvide: come ad esempio fan di hard rock ed heavy metal. In quest'ultimo campo il sottogenere thrash ha un vero e proprio "culto" del jeans che, come pantalone, deve essere il più possibile aderente, stone-washed e strappato sulle ginocchia, mentre come gilet deve essere smanicato e adornato da numerose toppe. Successivamente col cambiare delle tendenze vengono applicati nuovi processi per dare al capo un effetto usato, come il rigonfiamento che si ha , quando si piega. Maestri in questo tipo di effetto sono le lavanderie industriali Italiane.