| Assedio di Torino | |||||||
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| Parte della guerra di successione spagnola | |||||||
Progetto francese di attacco a Torino |
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| Schieramenti | |||||||
| Comandanti | |||||||
Filippo II d'Orléans |
Vittorio Amedeo II di Savoia Virico von Daun |
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| Effettivi | |||||||
| 44.000 uomini 110 cannoni d'assedio, 59 mortai e 62 pezzi da campagna |
10.500 uomini (51 di essi sono soldati minatori)
4.000 della Milizia Urbana 226 cannoni e 28 mortai |
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| Perdite | |||||||
| ca 20.000 uomini | |||||||
L'assedio di Torino del 1706 ebbe luogo con l'accerchiamento della cittadella fortificata da parte dell'esercito franco-spagnolo (assedio che durò centodiciassette giorni), nel corso degli avvenimenti bellici conosciuti come guerra di successione spagnola, a conclusione della quale, con la firma del Trattato di Utrecht (1713), Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, divenne il primo re della sua dinastia.
Per le rilevanti dimensioni ed importanza della città (una delle pochissime capitali d'Europa cui sia mai stato posto un assedio scientificamente studiato), ebbe grande risonanza internazionale.
Indice |
| Per approfondire, vedi la voce Guerra di successione spagnola. |
Nell'anno 1700 moriva, senza discendenti, Carlo II d'Asburgo, re di Spagna. Già da qualche anno le condizioni di salute del sovrano, che non erano mai state buone, peggioravano lasciando presagire il peggio. Le monarchie europee, ben a conoscenza della situazione, diedero avvio ad un complesso lavorio diplomatico sulla successione.
In particolare si mobilitarono re Re Sole della dinastia dei Borbone di Francia, e l'imperatore Leopoldo I, della dinastia degli Asburgo: il primo, perché aveva sposato Maria Teresa, figlia di primo letto di Filippo IV di Spagna e sorellastra di Carlo, ed il secondo perché aveva sposato Margherita Teresa, sorella di Carlo, ovverosia figlia di secondo letto di Filippo IV.
In realtà la posta in gioco era il controllo della Spagna e dei suoi possedimenti in Europa ed oltre Atlantico. Inoltre gli Asburgo d'Austria avanzavano pretese in quanto appartenenti alla stessa dinastia fino ad allora regnante in Spagna.
Indeciso sul da farsi, Carlo II chiese consiglio al Pontefice, il quale, onde evitare che con la Spagna nelle mani degli Asburgo si ricreasse la stessa concentrazione di potere che circa due secoli prima si era verificata con Carlo V, pensò bene di consigliare il sovrano spagnolo a designare come suo successore un francese.
Carlo II accettò il consiglio e designò quale suo successore Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV.
All'apertura del testamento era inevitabile che scoppiasse il conflitto, poiché la nuova alleanza Spagna-Francia era destinata a sovvertire gli equilibri europei. Il conflitto che seguì è noto come Guerra di Successione Spagnola e si protrasse per oltre dieci anni, concludendosi con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714).
Il conflitto vide schierati da una parte l'Inghilterra, l'Impero Asburgico, il Portogallo, la Danimarca e l'Olanda; dall'altra la Francia e la Spagna, la quale aveva accettato il nuovo re Borbone. Il Ducato di Savoia si trovava tra la Francia ed il milanese, che era nelle mani della Spagna e costituiva il naturale corridoio di collegamento tra i due alleati, per cui Luigi XIV quasi impose al duca Vittorio Amedeo II l'alleanza con i franco-ispanici per evidenti esigenze strategiche.
Vittorio Amedeo II, sostenuto dal cugino Eugenio di Savoia-Carignano, conte di Soisson e gran condottiero delle truppe imperiali, ebbe l'intuizione che questa volta la partita principale tra la Francia e l'Impero si giocasse in Italia e non più nelle Fiandre o in Lorena. Sulla base di questo convincimento strinse alleanza con gli Asburgo, gli unici che, in caso di esito vittorioso del conflitto, potevano garantire la completa indipendenza dello Stato sabaudo.
Infatti un'alleanza con la Francia, in caso di vittoria di quest'ultima, non avrebbe fatto altro che accentuare lo stato di sudditanza dei Savoia, che durava da circa un secolo, mentre l'Imperatore prometteva il Monferrato, parte della Lomellina e della Valsesia, il Vigevanasco e una parte della provincia di Novara.
Fu una scelta abile, intelligente ma anche rischiosa, perché in caso di sconfitta lo Stato Sabaudo sarebbe stato completamente spazzato via e annientato, unitamente alla dinastia.
La scelta di campo effettuata da Vittorio Amedeo II di Savoia nell'autunno del 1703 (Trattato di Torino) indusse Luigi XIV ad avviare le operazioni belliche che ebbero come teatro prima la Savoia e poi il Piemonte.
| Per approfondire, vedi la voce Cittadella di Torino. |
Strette tra due fuochi (a ovest la Francia e ad est l'esercito spagnolo che controllava la Lombardia), le terre sabaude vennero circondate e attaccate da tre eserciti; perdute Susa, Vercelli, Chivasso, Ivrea e Nizza (1704), a resistere rimaneva solo la Cittadella di Torino, fortificazione fatta erigere dal duca Emanuele Filiberto di Savoia detto Testa di Ferro circa centoquarant'anni prima, ovvero intorno alla metà del XVI secolo.
Importante fu il ruolo delle gallerie di mina, tunnel scavati nel sottosuolo circostante la cittadella, nelle quali si muoveva uno speciale corpo di soldati: erano in tutto 51, più 350 manovali (addetti agli scavi), che pattugliavano questo intricato labirinto di gallerie facendo esplodere grossi barili di esplosivo sotto le file dei soldati francesi. La profondità delle gallerie, disposte su due livelli, raggiungeva quasi i quattordici metri (più in basso c'era la falda acquifera).
| La vita in città |
| I cittadini seppero premunirsi attentamente per l'assedio. I viveri venivano forniti dalle scorte accumulate, dai piccoli orti cittadini (specie a Vanchiglia) o ancora da Porta Po; l'acqua veniva dai pozzi.
Fu da agosto che la situazione iniziò a peggiorare, quando i francesi chiusero le strade di campagna e intercettarono i rifornimenti di munizioni che giungevano via fiume. Il comune decise di aiutare gli affamati ma, insieme alle altre spese di guerra, l'assedio veniva a costare 450.000 lire al mese (una lira corrisponde al salario mensile di un artigiano), somma ingentissima. Il comune dovette vendere terre e contrarre debiti per trovare i soldi. Il timore delle bombe, che bersagliavano la città, fece apporre sulle porte delle case l'effige della Consolata, sperando nella protezione della vergine. Anche i reggimenti cattolici e luterani portavano sul cappello l'immagine di Maria. |
ll sistema delle gallerie di mina e contromina, utilizzato fin dai tempi più remoti, conobbe nuovo impulso e sistematizzazione dopo la caduta di Famagosta[1], nel 1571, dato che in tale assedio i turchi ottomani avevano scavato sotto le mura nemiche.
Già nel 1572 Emanuele Filiberto ordinava la costruzione della casamatta denominata Pastiss, dotata del sistema di contromina, per difendere il bastione San Lazzaro della Cittadella.
Per gli approvvigionamenti idrici la Cittadella era dotata del Cisternone, un enorme pozzo (la cui forma ricordava quello di San Patrizio) grazie al quale la piazzaforte militare si poteva dire dotata di una fonte d'acqua praticamente perenne. Queste misure belliche, che si erano andate ingrandendo negli anni, avevano reso Torino una città tra le meglio difese d'Europa.
Già nell'agosto del 1705 gli eserciti franco-spagnoli erano pronti ad attaccare Torino, appostati in prossimità della Cittadella, ma il comandante - il generale Duca de la Feuillade - ritenne che gli uomini a disposizione fossero ancora troppo pochi e preferì aspettare i rinforzi.
Questa scelta si rivelò un errore, perché darà modo alla città di fortificarsi ulteriormente fino alla collina e di stringersi nel contempo attorno alla propria Cittadella in vista di un lungo assedio.
| L'eroico sacrificio di Pietro Micca |
| Nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706 un folto numero di granatieri francesi, sopraffatte le guardie all'ingresso, penetrò nella Galleria della Mezzaluna di Soccorso, minacciando di arrivare al cuore della cittadella.
Pietro Micca, uno dei soldati minatori, quella notte addetto alla sorveglianza di un'importante scalinata che collegava il primo al secondo livello sotterraneo, intuì il pericolo e, sprangata la porta, provò a farla saltare con un barilotto da 20 chili di esplosivo. |
Ebbe inizio il 14 maggio quando le truppe franco-spagnole (composte ora da oltre quarantamila uomini) si appostarono strategicamente di fronte alla fortezza; in quell'occasione un'eclissi di sole oscurò il campo di battaglia alle 10.15, facendo risultare la Costellazione del Toro. Il Sole era per antonomasia il simbolo di Luigi XIV, e questo avvenimento diede grande slancio negli animi torinesi, che si immaginarono una facile vittoria.
Il maresciallo di Francia marchese Sébastien le Prestre de Vauban, esperto ideatore di tecniche d'assedio, avrebbe preferito un attacco laterale alla città, ritenendo la fitta rete di gallerie di contromina predisposte dagli assediati un ostacolo pressoché invalicabile; ma de La Feuillade lo disattese facendo predisporre da quarantotto ingegneri militari lo scavo di numerose linee di trincea.[3] Quello che per Vauban era un pericoloso cavillo delle mine si rivelerà infatti fatale.
Dal canto loro, gli assediati, sostenuti dalla popolazione (che partecipò direttamente alla battaglia) e forti della fitta rete di gallerie tanto temute da Vauban, infersero numerose perdite all'esercito nemico. La battaglia andò avanti per tutta l'estate del 1706.
L'8 giugno il duca della Feuillade mandò un messaggero a Vittorio Amedeo, nel quale veniva offerta la possibilità al duca di poter uscire liberamente da Torino per fuggire dalle bombe. Il Re Luigi aveva dato ordine che non si mettesse a repentaglio la vita del sovrano nemico, ma questi rifiutò anche di comunicare l'ubicazione dei suoi appartamenti, affinché non venissero bombardati: «Il mio alloggio è là dove la battaglia è più furiosa», avrebbe risposto.
Comunque, il duca non aveva intenzione di rimanere in città per molto: il 17 giugno Vittorio Amedeo II lasciò Torino per andare incontro al principe Eugenio di Savoia, suo cugino, che stava giungendo in suo aiuto al comando delle truppe imperiali austriache. La città venne lasciata alla guida del generale austriaco Virico Daun.
Il principale obiettivo dei francesi rimase lo scovare l'ingresso di un cunicolo per potervi penetrare in massa. L'operazione non si rivelò facile: tra il 13 e il 14 agosto venne scoperta un'entrata, e gli assedianti vi penetrarono dopo ingenti perdite. Sembrava già tutto perduto, ma i piemontesi ricorsero a far esplodere il cunicolo, seppellendo i nemici.
Dieci giorni dopo i francesi si lanciarono in un attacco sanguinosissimo alla Mezzaluna di Soccorso, forti di 38 compagnie di granatieri. I piemontesi si difendevano utilizzando anche materiale infiammabile. Alla fine, la vittoria fu dei torinesi, che costrinsero i nemici a ritirarsi ancora, ma sul campo erano rimasti oltre 400 vittime dalla sola parte sabauda. Temendo l'insorgere di un'epidemia, il conte Daun fece preparare delle fosse e vi fece ardere i cadaveri.
È a questo punto che si colloca il celebre episodio di Pietro Micca, che sacrificò la propria vita per frenare l'ennesimo attacco francese nelle gallerie sotterranee. La situazione sembrava destinata a precipitare per i piemontesi, tant'è che il conte d'Orléans, capitano dell'esercito di Luigi XIV, era arrivato a Torino e voleva darle il colpo di grazia.
| Battaglia di Torino | |||||||
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| Parte della guerra di successione spagnola | |||||||
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| Schieramenti | |||||||
| Comandanti | |||||||
| Effettivi | |||||||
| 44.000 uomini |
30.000 uomini | ||||||
| Perdite | |||||||
| ca 6.000 uomini, più altri 7.700 nei giorni successivi | ca 3.000 uomini | ||||||
| Guerra di successione spagnola |
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| Carpi – Chieri – Cremona – Luzzara – Cadice – Friedlingen – Baia di Vigo – Höchstädt (1703) – Schellenberg – Blenheim – Malaga – Cassano – Calcinato – Ramillies – Torino – Almansa – Tolone – Oudenaarde – Malplaquet – Saragoza – Almenara – Brihuega – Villaviciosa – Denain – Barcellona |
| « Sua maestà il duca di Savoia ha messo a repentaglio la sua persona non solo per la sua gloria immortale, ma anche per il maggior bene delle causa comune e per il sollievo e la pace dei suoi sudditi e paese, si è esposto intrepidamente al maggior fuoco e vi ha preso parte dall'inizio alla fine, ed ha condotto personalmente i soldati e respinto il Nemico al di là del Po. » | |
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(Relazione sulla battaglia portata dal conte Hamilton alla corte di Vienna.)
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Il 2 settembre i due Savoia salirono sulla collina di Superga, da cui si domina l'intera città, per studiare la tattica di controffensiva e decisero di aggirare il nemico impiegando il grosso dell'esercito ed una parte della cavalleria verso la zona nord-ovest della città, la più vulnerabile, anche se ciò comportava un grosso rischio per la vicinanza delle linee francesi.
Questi, da parte loro, non potevano fare altro che cercare febbrilmente di rinchiudersi nelle loro stesse trincee; l'arrivo di un contingente di soccorso di tali proporzioni li coglieva chiaramente impreparati. Eugenio si espresse in modo sprezzante:
| (FR)
« Ces gents là sont dejà a demi battues »
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(IT)
« Quelli sono già mezzi sconfitti »
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Il 5 settembre a Pianezza fu intercettato dalla cavalleria imperiale uno dei convogli diretto al campo francese. Si trattò di un importantissimo successo strategico da parte del principe Eugenio di Savoia; i francesi avrebbero combattuto con le munizioni razionate.
Il 6 settembre la manovra di aggiramento portò le truppe sabaude a posizionarsi fra i fiumi Dora Riparia e Stura di Lanzo. Lo scontro finale iniziò il 7 settembre quando le forze austro-piemontesi si disposero sull'intero fronte e respinsero ogni tentativo di controffensiva dei franco-ispanici.
Il piano del principe Eugenio prevedeva lo sfondamento dell'ala destra francese, da effettuarsi tramite le disciplinate fanterie prussiane del principe Leopoldo I di Anhalt-Dessau. L'attacco, su questo lato, fu particolarmente sanguinoso, e solo al quarto tentativo i prussiani riuscirono a vincere la resistenza francese. In particolare il reggimento La Marine, che difendeva l'estrema destra francese, si ritrovò senza più munizioni nel bel mezzo dell'attacco decisivo e, senza rinforzi e rifornimenti disponibili, andò in rotta[4].
A questo punto, dopo aver respinto il contrattacco della cavalleria dell'Orlèans, la vittoria era solo una questione di tempo. La cavalleria imperiale fu riorganizzata dal principe Eugenio per distruggere definitivamente quella avversaria, attacco al quale partecipò anche Vittorio Amedeo II. Numericamente inferiori, i francesi furono costretti alla fuga verso i ponti di Po, abbandonando al proprio destino l'ala sinistra.
Le forze imperiali del centro e dell'ala destra avevano il compito di tenere impegnate le truppe francesi contrapposte. Un tentativo di attacco riuscì a portare alla rottura temporanea del fronte dell'Orlèans, il quale si vide costretto ad intervenire con parte della cavalleria per chiudere la falla. In questa azione fu ferito e il Marsin venne colpito a morte. Lucento, potentemente fortificato e difeso da due dei migliori reggimenti francesi, Piemont e Normandie, non venne mai occupato da un assalto, ma fu abbandonato dai difensori, dopo aver coperto la ritirata dei reparti che coprivano il centro e la sinistra francese [5].
| « A questo stato era ridotto nell'orribil punto l'oste testé pure tanto fiorita del re Luigi; nelle lacere trincee a mucchi i cadaveri dei difensori, le armi sparse e rotte, il suolo sanguinoso ed orrido per molto sangue e tronche membra, le campagne piene di uomini che fuggivano e di uomini che gli perseguitavano. Nel medesimo tempo le liete ed alte voci sì dei vincitori che Torino liberato avevano, e sì dei torinesi che, dopo quattro mesi di crudele assedio, a libertà fra tanti pericoli e spaventi risorgevano, ferivano l'aria e miste ai gemiti dei moribondi ed agli scoppi che qua e là sparsamente ancora s'odivano, componevano una scena di cui niuna si può immaginare né più stupenda né più tremenda. » | |
I francesi avevano perduto circa 6.000 uomini, contro i 3.000 austro-piemontesi. Nei giorni seguenti, quasi 7.700 francesi caddero ancora negli scontri con i sabaudi o per le ferite riportate.
Vittorio Amedeo II e il principe Eugenio di Savoia entrarono nella città ormai liberata da Porta Palazzo e si recarono al Duomo per assistere ad un Te Deum di ringraziamento. Sulla collina di Superga, a ricordo della vittoria, venne fatta costruire dai Savoia una reale basilica nella quale tuttora, ogni 7 settembre, viene celebrato un Te Deum.
In ricordo della battaglia, che così profondamente segnò la futura storia piemontese, vennero lasciati dei pilastrini, recanti incisa la data 1706 e l'effige della Madonna della Consolata (poiché il santuario della Consolata non venne, quasi miracolosamente, danneggiato dalle bombe). Essi furono dislocati nei punti ove lo scontro fu più cruento, e ancora oggi si possono individuare.
Sempre per ricordare la battaglia, un futuro quartiere torinese venne battezzato con il nome di Borgo Vittoria. Inoltre, nel centro cittadino, sono presenti numerose vie che ricordano, coi loro nomi, personaggi che si distinsero nella battaglia: da via Pietro Micca a via Vittorio Amedeo II.
Grandi manifestazioni vennero organizzate per celebrare il bicentenario e il tricentenario della Battaglia: nel 1906, in una Torino ormai divenuta capo industriale d'Italia, l'incarico di commemorare l'episodio bellico venne affidato a Tommaso Villa , sotto il patrocinato del sindaco della città, Secondo Frola. Per l'occasione, vennero organizzati convegni di carattere storico, pubblicati volumi, inaugurati monumenti (tra cui si ricorda quello di Leonardo Bistolfi, davanti alla chiesa della Madonna di Campagna, poi distrutto dai bombardamenti alleati nella II guerra mondiale). La grande attenzione posta intorno all'evento portò a dichiarare, il 25 agosto dello stesso anno, la casa natale di Pietro Micca, a Sagliano, quale Patrimonio nazionale.
In occasione del terzo centenario, nel 2006, la battaglia venne riproposta attraverso una grande ricostruzione storica, grazie all'intervento di figuranti provenienti dalle associazioni storiche di mezza Europa: a ricordo dell'evento, una mostra tematica venne lasciata fruibile al pubblico nel Maschio della Cittadella di Torino.
Alcune delle foto che corredano questa voce sono state ricavate - e concesse in licenza di cortesia - da un pieghevole pubblicitario del "Gruppo storico Pietro Micca" / "Associazione amici del Museo Pietro Micca e dell'Assedio di Torino del 1706".
Attorno all'assedio di Torino e ai suoi maggiori protagonisti (il Principe Eugenio di Savoia, Vittorio Amedeo II, Pietro Micca) è fiorita sin dal Settecento una vasta e costante produzione bibliografica, includente anche opere di grandissimo pregio collezionistico, come quelle, ad esempio, riguardanti le battaglie eugeniane corredate da tavole preziose e ricercate pure singolarmente. Il tricentenario, celebrato con notevole intensità di iniziative nel corso del 2006/2007, attraverso l'opera dell'Associazione Torino 1706-2006 (costituita non da soggetti privati ma da circa cinquanta associazioni, istituti culturali, centri di studi e sostenuta dal Comune di Torino, dalla Regione Piemonte, dalla Compagnia di San Paolo e da collaborazioni con altri enti) annovera tra i suoi lasciti durevoli pure un ampio e rilevante aggiornamento della bibliografia sugli eventi legati alla Guerra di successione di Spagna in merito alla quale pare opportuno offrire, a fianco di altre opere anteriori, un quadro dettagliato.
Studi
Atti di Convegno
In questo volume si trovano i seguenti lavori;