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Altare

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Un altare è un luogo in cui si compie un sacrificio o rito religioso.

In molte religioni, si praticano riti di purificazione o di offerta. I fedeli, per ingraziarsi il proprio dio, offrono doni o sacrificano animali. Non di rado, nell'antichità l'altare veniva usato anche come luogo di sacrifici umani, come nel caso dei culti religiosi maya e aztechi.

Normalmente l'altare è fisso, costruito in pietra o legno. Se è usato per sacrifici animali, l'altare ha spesso una forma adatta a raccogliere il sangue degli stessi, che poi sarà usato per i riti di purificazione. Nelle religioni che vivono in modo intenso il rapporto del fedele con gli elementi della natura (acqua, terra, fuoco, alberi ecc.), l'altare è, spesso, posto all'aperto, a volte circondato da gradini, per favorire la partecipazione dei fedeli. Spesso l'altare è anche "dedicato", cioè legato al culto specifico di una divinità.

In molte religioni l'altare, però, è posto all'interno di un tempio dedicato ad una divinità. A volte, come nel caso delle vestali romane o dei sacerdoti ebraici, l'altare è inaccessibile ai "laici", al popolo. Vi possono, infatti, accedere solo i sacerdoti o le sacerdotesse, a volte dopo specifici riti purificatori. L'altare, in questi casi, non è più visto come il semplice luogo dell'offerta o del sacrificio, ma diviene "manifestazione" della presenza della divinità. Spesso, infatti, sull'altare o sotto lo stesso, sono contenuti oggetti che "rappresentano" il divino, di solito statue o amuleti.

Indice

[modifica] Religione romana

Ara dedicata a Silvano

Nella religione romana l'altare, chiamato più spesso con il termine latino ara, è generalmente di forma quadrangolare. Vitruvio prescrive che l'altare di un tempio deve essere rivolto a oriente e in posizione più bassa rispetto alla statua di culto, affinché chi prega guardi in alto verso la divinità. L'altezza dell'altare però varia a seconda del tipo di divinità al quale è dedicato: quelli delle divinità celesti, come Giove, sono molto alti, mentre quelli delle divinità terrestri e marine e anche di Vesta sono abbastanza bassi[1].

Anche se nelle case la funzione dell'altare viene svolta dal larario, tuttavia si possono trovare casi di veri e propri altari, come ne sono stati ritrovati a Pompei, tra cui particolare un'ara cilindrica con un serpente (immagine del Genio) che le si avvolge intorno[2].

In uno dei riti pubblici eseguiti nel tentativo di ripristinare la religione romana, Giacomo Boni ricostruì nel 1917 un'ara graminea basandosi su un passo di Orazio[3]. Quest'ara particolare fu costruita con sei strati di "mattoni" di terra erbosa e addobata con quattro festoni di alloro, nastri rossi, corone e sagmine ("fronde sacre") di olivo. Nelle intenzioni di Boni l'ara sarebbe dovuta diventare un altare pubblico sul quale ogni italiano avrebbe dovuto sacrificare quanto di più caro per favorire le sorti dell'Italia in guerra[4]. L'ara però andò distrutta da un forte vento la notte del 23 ottobre 1917, nelle stesse ore in cui l'esercito austro-ungarico sfondava le linee italiane a Caporetto[5].

Riprendendo una prescrizione riferita da Macrobio[6], la moderna Via romana agli Dèi stabilisce che se si afferra l'ara con le mani anche la semplice parola costituisce sacrificio, purché si sia osservato un regime di purità nei tre giorni precedenti al rito[7].

[modifica] Induismo

Nell'induismo gli altari sono di fatto dei piccoli santuari e perciò sono sacri e qui si fanno offerte e sacrifici agli Dèi. Si distinguono gli altari dei templi (mandir), più grandi e accessibili soltanto ai brahmana (sacerdoti) dagli altari "familiari", più piccoli, in cui abitualmente l'adorazione (puja) delle murti (immagini degli Dèi) è effettuata dal capofamiglia. In questi altari familiari, oltre alle immagini degli Dèi, si trovano anche lumi, immagini di santi e guru, e offerte, di solito di cibo.

[modifica] Nel cristianesimo

Altare edificato in Polonia in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II

Nella religione cristiana l'altare assume una valenza particolare. Alcune comunità protestanti, non attribuendo valore "sacrificale" all'Eucarestia, hanno, nel corso del tempo, escluso dalle loro chiese l'altare. Le loro "assemblee" liturgiche, infatti, vedono al primo posto la lettura ed il commento alla Parola di Dio, pertanto posto centrale negli edifici di culto ha assunto l' "ambone", o "pulpito", o "leggìo", il luogo dove è proclamata la Parola di Dio.

In altre chiese cristiane, come quelle cattolica, ortodossa o anglicana, siccome l'Eucarestia mantiene il carattere sacrificale o, comunque, è considerato corpo di Cristo, l'altare ha mantenuto considerevole importanza, tanto da essere centrale nell'edificio religioso.

La Chiesa cattolica, in particolare, considera l'altare il simbolo stesso di Cristo, per questo il sacerdote lo bacia e lo incensa in segno di venerazione, in particolari momenti delle celebrazioni liturgiche; l'altare rappresenta inoltre sia la mensa dell'Ultima cena, che il patibolo della Croce, sul quale Cristo immolò se stesso. Infatti, per i cattolici, l'Eucaristia che si celebra sull'altare è il ripetersi, in maniera incruenta, del sacrificio di Cristo, morto e risorto, che rinnova tutti i giorni il dono di sé.

Sia gli ortodossi, che i cattolici, ma anche armeni e copti, spesso hanno edificato altari nelle prossimità delle tombe di martiri. Esempio tipico è la basilica di San Pietro a Roma, edificata intorno all'altare costruito sulla tomba dell'apostolo cristiano.

[modifica] Note

  1. ^ Vitruvio Pollione. Dell'architettura, libro IV, cap. IX, pp.84-85. Pisa, Giardini Editori, 1978.
  2. ^ Attilio De Marchi. Il culto privato di Roma antica, vol. I. Forlì, Victrix, 2003, p. 103. ISBN 8888646051.
  3. ^ L'Ode XV nel libro II
  4. ^ Sandro Consolato. Giacomo Boni, l'archeologo-vate della Terza Roma, in Gianfranco De Turris (curatore). Esoterismo e Fascismo. Roma, Edizioni Mediterranee, 2006, pp. 187-188. ISBN 8827218319. (I ed. Giacomo Boni, il veggente del Palatino, Politica Romana, 2004, 6, 33-108.)
  5. ^ Eva Tea. Giacomo Boni nella vita del suo tempo. Milano, Casa Editrice Ceschina, 1932., volume II, p. 416.
  6. ^ Macrobio. Saturnalia, libro III, 2, 7.
  7. ^ Movimento Tradizionalista Romano. Memoranda et agenda. La Spezia, Edizioni del Tridente, 1996, pp. 37-38.

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